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Il palazzo fu costruito all’interno del borgo storico, nell’allora via “Contrada de’ Civerchi”, luogo in cui dimorava il nobile casato dei Civerchi, una delle più antiche famiglie cremasche, già esistente nel XII secolo, che nel 1448 diede i natali a Vincenzo Civerchio, uno dei più grandi pittori cremaschi. In questa via nacquero tre grandi musicisti cremaschi: Francesco Cavalli (1602-1676), Vincenzo Petrali (1830-1889) e, proprio nel palazzo Barbàra, Giovanni Bottesini (1821-1889). Nel medesimo periodo, Crema era sotto la Repubblica di Venezia e vennero innalzate delle mura attorno alla città, chiamate "mura venete".

Francesco Bertelli, Pianta della Città di Crema, acquafort, post 1629

Le prime notizie riguardanti il palazzo risalgono alla costruzione in cotto degli archi del portico interno, probabilmente risalente al XV secolo e caratterizzato da affinità stilistiche con altri palazzi dell’epoca, attribuiti alla scuola di Agostino Fondulo, attivo a cavallo tra il XV e il XVI secolo.

Un altro importante elemento che colloca la costruzione del palazzo nel XV secolo è costituito dalle tavolette lignee del soffitto, ora esposte al Museo Pezzoli. Secondo lo storico Mario Perolini, la costruzione del palazzo risalirebbe al XV secolo, periodo di massima espressione per questo tipo di arte. Queste tavolette sono fondamentali per risalire alla prima importante famiglia nobile che abitò nel palazzo: i Vimercati. Nel Quattrocento, infatti, era usanza riportare sulle tavolette da soffitto a cassettoni le "armi" delle famiglie che vi abitavano. In queste tavolette, dagli stemmi, si riconoscono le iniziali "B" e "V", che la contessa Winifred Terni De' Gregorj valutò come appartenenti a Bartolomeo Vimercati, probabilmente raffigurato nell'unico ritratto maschile visto di fronte. Altri stemmi identificano la famiglia Zurla: Francesca Zurla fu la seconda moglie di Bartolomeo. Il terzo stemma riguarda la famiglia Caleppio, di antica nobiltà bergamasca, che ottenne il titolo comitale per investitura dall’imperatore Federico Barbarossa. La giovane Elisabetta Caleppio, figlia del conte Nicolino, sposò Giovan Pietro zio di Bartolomeo.

Nella storia cremasca, i Vimercati figurano come capi di fazioni guelfe e, insieme ai Benzoni, si distinsero in guerra, nell'esercito, nella magistratura e nelle scienze. Non amavano molto lo sfarzo e questo spiega perché, nei loro presunti ritratti presenti nelle tavolette, non sono raffigurati con gioielli, ma con semplici collane; alcuni uomini, inoltre, sono incoronati per simboleggiare la loro superiorità come uomini di scienza e di guerra. Non tutti i Vimercati si distinsero per opere importanti: alcuni si resero responsabili di nefandezze quali l’usura e il contrabbando. Essendo Crema un territorio di confine tra la Repubblica Veneta e il Ducato di Milano, non era difficile commettere questi crimini. Tuttavia, come asserisce lo storico Benvenuti, "le loro gesta, bilanciate le colpe dei loro avi, offrono ancora una lauta risultanza di buone attività".

Stemma Zurla

Verso la fine del Seicento, il palazzo fu acquistato dalla famiglia Zurla. Il personaggio più importante del ramo della famiglia Zurla che abitò nel palazzo fu Luigi Zurla.

Luigi Zurla si distinse per un gesto filantropico di grande importanza per la cultura musicale di Crema. Nel 1780, invitò il prete e valente maestro di musica don Carlo Cogliati, originario di Castelleone, a stabilirsi a casa sua. All'epoca, a Crema mancava una scuola di musica. Cogliati fu nominato primo violino della Cappella del Duomo e direttore d’orchestra dell’Accademia musicale e istruì molti giovani nello studio di vari strumenti musicali, tra cui Paolo Stramezzi e Pietro Bottesini, padre del celebre contrabbassista Giovanni. Su sua richiesta, nel 1816 la famiglia di Pietro Bottesini, dove la musica era di casa, si trasferì nel palazzo in cui nacque il celebre contrabbassista.

Altri proprietari del palazzo furono Giulia Mozzali di Luigi In seguito, Giulia acquistò in contrada dei Civerchi, al numero civico 1100, una casa di sua proprietà e, al numero 1099, un orto: proprietà che corrispondevano proprio a quelle di palazzo Barbàra. Nel 1830 subentrò l'avvocato Angelo Valcarenghi, di antica famiglia cremasca, che era sposato con Teresa Calvi, la cui famiglia possedeva già una casa adiacente alla proprietà ora acquistata, situata all'angolo con l'attuale via Cavour. La moglie fece annettere al palazzo una parte della sua proprietà: tre stanze e alcune anomalie sui muri confinanti fanno pensare alla presenza di porte o passaggi tra le due proprietà. Alla morte di Angelo, il 12 febbraio 1850, gli succedette il figlio Fortunato. Giulia Valcarenghi, ormai vedova, il 25 febbraio 1877 vendette l’immobile a Giuseppe Baldini, riportando le tre stanze annesse all’antica proprietà. Nel passaggio di proprietà risultarono 37 vani, il che indica che il palazzo era già stato suddiviso in vari appartamenti. Nel 1901, Baldini stipulò un atto di compravendita con i fratelli Ziglioli di Trigolo, commercianti di bozzoli. Il cavaliere Baldini si trasferì in via Alemanio Fino, dove morì nel 1912. Non si hanno molte notizie dei fratelli Ziglioli che, comunque, possedevano molte proprietà nel cremasco, tra beni mobili e immobili, rustici e abitazioni. Nel 1935 la famiglia Barbàra acquistò l'intera proprietà dai fratelli Ziglioli. L’atto di vendita, stipulato dal notaio Francesco Severgnini, risale al 15 marzo 1935. I coniugi Barbàra erano il signor Cesare e sua moglie Rosa Chizzoli.

Il Palazzo in una cartolina della prima metà del XX secolo

Cesare Barbàra, nato a Terranova di Sicilia (l’odierna Gela, in provincia di Caltanissetta) il 22 novembre 1891, era un militare di carriera che si trasferì al Nord per frequentare l’Accademia Militare di Modena. Nel 1935, anno in cui acquistò la casa, era ormai in congedo per invalidità di guerra, avendo perso un piede in guerra. Trasferitosi a Crema, sposò Rosa Chizzoli e vissero in affitto per parecchi anni nel palazzo del Monte di Pietà, dove nacquero i loro tre figli. Cesare fu insignito della medaglia di bronzo al valor militare. La notizia è riportata nel libro "I decorati al valor militare di Crema e territori limitrofi", edito da Grafin, a cura di Mario Marazzi. Cesare morì subito dopo aver firmato l’acquisto della casa, nello studio del notaio Severgnini, a causa di una cardiopatia ischemica, senza mai essersi trasferito in via Civerchi.

Al momento dell’acquisto, l’immobile era composto da un corpo centrale in via Civerchi e da due ali che disponevano il palazzo a forma di “U”. Uno splendido giardino, posto parallelamente a via Riva Fredda, ospitava piante molto alte e una meravigliosa fontana, della quale oggi non rimane alcuna traccia. Nel 1946, al fine di migliorare il modesto bilancio familiare, la signora Chizzoli vendette una porzione del fabbricato e il giardino al dottor Agostino Zuffetti, dentista. Il contratto di vendita includeva una serie di servitù, specificate in due atti di compravendita e di costituzione di servitù. Nel 2021, i fratelli Elena e Massimo Barbàra, pronipoti di Cesare e Rosa Chizzoli, acquistarono una parte della proprietà Zuffetti dalla figlia Paola. Tale porzione si trovava completamente all'interno del palazzo Barbàra e permise di recuperare le servitù concesse nel 1946. Ora, seppur parzialmente, la proprietà torna alla struttura iniziale e comprende dieci appartamenti.